Input del 28 agosto 2014 – Invito al dialogo canicattinese


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Questa volta sarò lungo, prolisso, perfino noioso. Ma sento la necessità di esprimere il mio punto di vista, consapevole che l’interesse che possono suscitare queste pagine è minimo, oserei dire nullo.

cambiaPenso che nessuno di noi possa farsi da parte, che nessuno possa scegliere di mettersi in un angolo, dietro la lavagna, che nessuno possa mettere la testa sotto la sabbia, come gli struzzi, ed attendere quel tempo che passa, ancora una volta, come sempre.

Spetta ad ognuno di noi “quell’esercizio critico della ragione”; l’imperativo è partecipare. Peròniente carrozze, cocchieri e cavalli, solo nu scecco” che traina un carretto, e già sarebbe tanto.

Dobbiamo preparaci a cambiare questo paese, se crediamo che può essere migliore.

La soluzione non è quella di diventare “organici” nell’unico partito esistente, nè tanto meno costruirne uno nuovo, oppure concepire ancora l’ennesimo movimento, quelli di cui il passato ha riempito “a malappena” le cronache elettorali, quelli che si chiamano movimenti antipartito e di antipolitica, quelli che si sentono diversi, quelli che sono capaci di risolvere l’essenza della nostra esistenza, di prospettare il futuro più roseo possibile, al di là di ogni “più migliore” aspettativa, (di quelli che da qui a breve spunteranno come “i crastuna” dopo le prime piogge).

Nei fatti ogni operazione del genere, quella del “nuovo apparente”, anche contro la nostra volontà, (o se vogliamo a nostra insaputa) conduce dritti ad un ulteriore fallimento, ci indirizza al nulla. Lo so perchè lo racconta la storia, ed anche i migliori sono destinati ad imbucarsi nel “nulla di fatto”, come quando si percorrere un Ronco, è senza uscita, anche se loro ci dicono che come Mosè, son capaci di separare le acque.

Serve soltanto discutere di noi stessi e del nostro futuro.

Ci aiuta aprire la nostra comunità alla discussione, al confronto. Quindi, invece di costruire una forza di potere, dal nome nuovo, che poi è sempre la stessa, di quelle in cui, nel segreto delle stanze del potere si discute e ci si confronta solo sul come occupare le poltrone e sulle modalità con cui distribuire le molliche ai cittadini.

Sia chiaro, i cittadini siamo noi, ognuno di noi, mica gli altri, e ci distinguiamo (oserei dire tutti, ma non tiratemi alcun oggetto) nella capacità di posizionamemto… davanti alla casa del padrone, in attesa di un pezzettino di pane, anzi, di una qualche mollica.

Ci aiuta appropriarci, prendere, conquistare lo spazio pubblico, che nessuno ci ha usurpato, nessuno lo ha “rubato”, lo abbiamo ceduto noi a titolo gratuito, con regolare contratto, nella speranza di ottenere in cambio una qualche mollica.

Ci aiuta cambiare la società, non la politica, ci aiuta una forza sociale, di cui la politica non può non tener conto, con cui deve fare i conti. Ci aiuta sgomberare il campo da una serie di pregiudizi ed ipocrisie, i quali, ormai, sono “stampati”, inculcati, asfaltati nella nostra mente, quelle costruzioni mentali di cui ci serviamo per bloccare tutto e tutti, persone, cose ed animali.

Noi, tutti, siamo capaci, al cospetto di una proposta qualsiasi,  di ripeterci con monotonia le solite domande, gratuite ed inutili: “ma chistu chi interessi avi, ma unna gghiri”.

Chiudiamole in una stanza e buttiamo la chiave, lasciamo al passato questo esercizio elucubrativo della nostra esistenza, proviamo invece a studiare, a capire insieme il nostro futuro.

Creamo una forza politica veramente nuova, diversa, di quelle che possono realmente cambiare la realtà, lontana dal potere, da quell’elemento naturale che supera in soddisfazioni sensoriali anche “u futtiri”.

Creiamo una forza vicina ai nostri interessi, che non deve stare “di qua o di là, ma sia di qua che di là”.

Creamo una forza propriamente politica, che a priori rinunci a partecipare a qualsiasi competizione elettorale, che ripudi il potere, le poltrone.

Inventiamoci una nuova politica, una politica senza potere, lontano dalla corruttibilità che ne è l’essenza.

Discutiamo dei nostri problemi con il fine ultimo di risolverli, proponendoli al potere, senza doppi fini di candidature e velleità di conquista di poltrone.

Non possiamo contiuare ad aver paura e diffidare degli altri.

Apriamo un dibattito su noi stessi, parliamo dei nostri problemi con umiltà, senza impelagarci in quelle sterili discussioni sulle incapacità degli altri e sulla nostra super capacità di essere migliori degli altri (ma quannu mai).

Mutiamo la nostra percezione della politica, facciamo della politica qualcosa di veramente nuovo e fattuale, “concepiamo un partito”  (mi ripeto) che ha come suo scopo ultimo non quello di candidarsi al potere, anzi mettiamolo per iscritto da subito, quanto quello di confrontarci sui nostri problemi, senza preconcetti, senza masturbazioni mentali sui doppi fini e sulle incapacità degli altri.

L’unica certezza è quella che non esiste nè alcuna persona, nè alcun gruppo capace di sfidare la corruzione del potere, il potere prevale sempre su tutto e su tutti, su ognuno di noi. Il potere ha delle regole non scritte, naturali, che fanno “allammicari” anche il più corteggiato degli uomini.

Sono consapevole del fatto che questo “invito al dialogo” cadrà nel vuoto, forse ed anche perchè proposto dal sottoscritto.

Facciamo così, ho lanciato un idea, soprattutto ai giovani, coloro che potenzialmente hanno l’interesse di cambiare le cose. Loro possono, non foss’altro per una condizione anagrafica, che li rende “vergini”, lontani e non ancora corrotti da quella cultura, quella là, quella che conosciamo molto bene.

C’è un ulteriore alternativa.

Quì da noi, “c’è l’isola che non c’è”, ed io ho le allucinazioni, con un pessimo concetto della realtà che vivo e che amo da sempre.

Però, capire e comprendere come stanno le cose, può solo aiutarci. Continuare a nasconderci e vivere in quella perenne finzione, come se va tutto bene ci condurrà direttamente al Teatro Greco di Siracusa o Palazzolo (dipende dalle decisioni) per una tragedia ancora peggiore.

Come quando nascondiamo la polvere sotto il tappeto, tutto appare in ordine, ma, prima o poi quel tappeto va spostato e ci ritroveremo in mare di…

Paolo Giardina

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